Il 2 giugno 1946 l’Italia era ancora in macerie. Cinque anni di guerra avevano lasciato un Paese stremato, diviso, in cerca di una direzione. Eppure, in quella giornata, quasi 28 milioni di italiani andarono a votare — l’89% degli aventi diritto — e scelsero di costruire qualcosa di nuovo: una Repubblica. Per la prima volta nella storia, anche le donne erano alle urne. Fu un atto di coraggio collettivo, una scommessa sul futuro che avrebbe cambiato per sempre il volto del Paese.
Il risultato non fu affatto scontato. La Repubblica vinse con il 54,27% dei voti — circa 12,7 milioni di schede contro i 10,7 milioni della Monarchia — uno scarto di due milioni che all’epoca sembrò quasi un miracolo, considerando quanto fosse spaccato il Paese: il Nord e il Centro votarono in maggioranza per la Repubblica, il Sud restò in gran parte fedele ai Savoia. I giorni successivi al voto furono tesi, attraversati da accuse di brogli e ricorsi dei monarchici, finché il 18 giugno la Corte di Cassazione proclamò ufficialmente la nascita della Repubblica Italiana. Umberto II, il “re di maggio”, lasciò il Quirinale e partì per l’esilio in Portogallo. Sul Campidoglio sventolò il tricolore senza lo stemma sabaudo.
Quello stesso giorno gli italiani elessero anche l’Assemblea Costituente, il cui compito era scrivere le fondamenta del nuovo Stato. Nacque così la Costituzione del 1948 — ancora oggi tra le più avanzate al mondo — fondata su quei valori di sovranità popolare, lavoro e partecipazione che il referendum aveva consegnato all’Italia come un mandato preciso.
Da quel momento il 2 giugno divenne la festa della Repubblica, celebrata ogni anno con la parata lungo via dei Fori Imperiali e la deposizione di una corona al Milite Ignoto all’Altare della Patria. La cerimonia fu sospesa nel 1977, in piena crisi economica, e ripristinata nella sua forma solenne da Carlo Azeglio Ciampi nel 2001 — un gesto voluto e simbolico, quello di restituire alla Repubblica il suo rito più visibile.
Quest’anno, ottant’anni dopo, le celebrazioni hanno un peso diverso. Sono un bilancio e un impegno insieme.
Un ricordo che torna: il concerto del 1996 all’Aula del Senato
A metà di questi ottant’anni c’è un momento che il Presidente dell’Associazione Botteghe Romane, Enrico Corcos, porta con sé come un tesoro personale. Era il 1996, il cinquantesimo anniversario della Repubblica, e Corcos aveva organizzato qualcosa di speciale per celebrarlo.

«Con commozione ed orgoglio accolgo la celebrazione dell’ottantesimo anniversario della Repubblica Italiana, che subito riaccende, tra i miei più cari ricordi, l’evento da me organizzato nella Sala del Senato in occasione del cinquantesimo anniversario, ben 30 anni fa» racconta. «Nel 1996 ho guidato la preparazione e la realizzazione del concerto celebrativo nella Sala del Senato orchestrato dal Maestro Salvatore Accardo. Un luogo d’eccezione, una platea prestigiosa, un’emozione irripetibile».

Roma, le sue botteghe, la sua Repubblica
C’è un filo che lega il 2 giugno 1946 al lavoro quotidiano di chi tiene viva una città come Roma. La Repubblica nacque scommettendo sui cittadini comuni — gli artigiani, i commercianti, i lavoratori — come costruttori attivi della vita democratica. Non solo elettori, ma protagonisti.
È esattamente questa la missione che l’Associazione Botteghe Romane porta avanti ogni giorno: stare al fianco di chi lavora, supportare le attività commerciali e culturali della città, creare reti e opportunità per un futuro migliore. Le botteghe romane non sono solo esercizi commerciali: sono presidi di comunità, custodi di saperi, punti di riferimento nei quartieri. Sono, in un certo senso, la Repubblica che si fa pratica quotidiana.
In questo ottantesimo anniversario, ABR celebra con rispetto e con cuore. Celebra la storia di un Paese che ha saputo rialzarsi, la bellezza di una democrazia che compie ottant’anni, e il lavoro silenzioso di tutti coloro che ogni giorno contribuiscono a tenerla in piedi — anche da dietro un bancone.
Buona Festa della Repubblica. Evviva Roma. Evviva l’Italia.












