Per qualche mese l’ipotesi ha fatto paura sul serio: la pasta italiana rischiava di arrivare negli Stati Uniti con dazi così alti da diventare, di fatto, un prodotto fuori mercato. Nei primi giorni di gennaio 2026, però, il quadro cambia: gli USA hanno rivisto al ribasso i dazi antidumping annunciati nel 2025 per alcuni marchi italiani. Non è ancora la parola “fine”, ma è una tregua che conta.
E la cosa interessante è che non riguarda solo i grandi numeri dell’export. Per il Lazio, e per Roma in particolare, questa storia tocca un tema vicino: la pasta è identità, turismo, ristorazione, botteghe. E, cosa che spesso ci si dimentica, anche agricoltura.
Cosa è successo davvero
L’origine è una disputa commerciale partita nel 2025: alcuni pastifici italiani sono finiti nel mirino con l’accusa di “dumping”, cioè di vendere negli USA a prezzi ritenuti troppo bassi rispetto ai parametri usati dalle autorità americane.
A settembre 2025 erano uscite aliquote preliminari pesantissime, con un tetto che arrivava al 91,74%. Uno scenario del genere avrebbe avuto un effetto immediato: rincaro netto sugli scaffali e perdita di competitività, con il rischio concreto che alcune marche venissero tagliate fuori.
Poi, a inizio gennaio 2026, arriva la revisione: dopo analisi e documentazione, le aliquote vengono ricalcolate e scendono a livelli molto più gestibili.
I numeri della “tregua”: cosa pagherebbero oggi
Qui la differenza tra paura e realtà si vede bene. Le nuove aliquote antidumping riviste sono:
La Molisana: 2,26%
Garofalo: 13,98%
Altri produttori coinvolti nel gruppo: 9,09%
Questi valori non significano “tutto risolto”, perché in genere si sommano ad altre tariffe già previste per l’import. Ma il punto è chiaro: si è evitata la stangata che avrebbe fatto saltare gli equilibri del mercato americano.
Perché è una notizia importante anche per chi non esporta
Quando si parla di pasta e di Stati Uniti, non si parla solo di vendite. Si parla di posizionamento. Se un prodotto bandiera come la pasta italiana diventa improvvisamente molto più caro o viene dipinto come “problematico”, il rischio non è soltanto perdere quote di mercato: è lasciare spazio a alternative locali e, soprattutto, all’“Italian sounding”. E quando l’Italian sounding cresce, l’idea stessa di cucina italiana perde forza.

Il legame con il Lazio: il Lazio è anche filiera
A Roma la pasta non è un articolo da supermercato: è un rito quotidiano, è turismo, è reputazione. Carbonara, amatriciana, gricia, cacio e pepe non sono solo ricette: sono un linguaggio che i visitatori portano a casa e replicano, spesso comprando “pasta italiana” anche dall’altra parte dell’oceano.
Se negli USA la pasta italiana diventa più difficile da acquistare o più cara, l’effetto non si ferma lì. Cambia anche la percezione della cucina italiana nel suo complesso. E per una regione come il Lazio, dove ristorazione e accoglienza contano tantissimo, questo tipo di percezione ha un valore economico reale.
E poi c’è l’altra metà della storia, quella meno raccontata: nel Lazio si produce grano. Non siamo tra le prime regioni d’Italia per volume, ma la cerealicoltura è presente e in alcune aree è una voce agricola importante. Quando una disputa sui dazi colpisce la pasta, la scossa può arrivare anche “a monte”, perché la filiera vive di equilibri: domanda, prezzi, programmazione, contratti, stabilità.
Non è un effetto che si vede dall’oggi al domani, e sarebbe scorretto dirlo. Però è il tipo di notizia che spinge aziende e territori a ragionare su ciò che oggi fa la differenza: qualità, tracciabilità, filiere più solide. E queste sono cose che aiutano anche chi lavora in Italia, Lazio compreso.
Non è finita: cosa succede adesso
Questa revisione è una decisione intermedia, non definitiva. La chiusura della procedura è attesa a metà marzo 2026 (indicativamente intorno all’11–12 marzo). Fino a quel momento, la partita resta aperta: il rischio massimo è sceso, ma i valori finali possono ancora essere ritoccati.
Il dietrofront americano sui dazi antidumping è una boccata d’ossigeno: evita uno scenario che avrebbe fatto male a tutto il sistema, dalla grande industria fino all’immagine della cucina italiana. Per il Lazio la notizia vale doppio, perché qui la pasta è cultura, economia di quartiere, turismo, e anche una parte di filiera agricola.
Adesso si guarda a marzo. Con più serenità di prima, ma senza abbassare la guardia.











