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Il carnevare romano e l’architettura del Tridente

  • Redazione
  • 15/02/2026
Carnevale romano, una maschera allegorica e sullo sfondo la città di Roma
Carnevale romano

Tavola dei contenuti

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  • l Paradigma della Soglia e del Teatro Urbano
  • La Porta del Popolo – Genesi di un Ingresso Trionfale
    • L’Eredità della Via Flaminia e la Porta Flaminia
    • Il Progetto Rinascimentale: L’Ombra di Michelangelo e la Mano di Nanni di Baccio Bigio
    • Il Trionfo Barocco: Bernini, Cristina di Svezia e la Facciata Interna
  • Piazza del Popolo – Il Teatro della Cristianità e del Neoclassicismo
    • L’Assetto Urbano Prima del Valadier: Il Trapezio e le Esecuzioni
    • L’Obelisco Flaminio e la Visione Sistina
    • La Rivoluzione di Giuseppe Valadier: L’Ellisse Perfetta
    • Il Sistema delle Fontane: Leoni e Divinità
    • Le Chiese Gemelle: L’Inganno Prospettico di Rainaldi
    • Santa Maria del Popolo: Lo Scrigno d’Arte
  • Via del Corso – L’Asse del Potere e dello Struscio
    • Da Via Lata a “Il Corso”: Evoluzione di un Nome
    • Il Tridente: Un Prototipo di Urbanistica Moderna
    • I Palazzi Nobiliari: Quinte di Pietra
    • Lo “Struscio” e il Caffè Aragno
  • La Via del Carnevale – Antropologia del Caos e della Festa
    • Origini e Significato del Carnevale Romano
    • La Corsa dei Barberi: Il Clou della Festa
    • Le Altre Corse e l’Ombra dell’Antisemitismo
    • Il Gran Finale: La Festa dei Moccoletti
  • Il Declino e la Fine
    • Potrebbe interessarti:

l Paradigma della Soglia e del Teatro Urbano

Al centro dell’identità barocca dell’Urbe si colloca il Carnevale Romano, un vero e proprio fenomeno sociologico totale che per secoli ha trasformato la città in un teatro dell’assurdo. Il palcoscenico monumentale di questo evento era il “Tridente” romano: con il suo vertice in Piazza del Popolo e le arterie di Via del Corso, Via del Babuino e Via di Ripetta, questo spazio non rappresentava una semplice soluzione viaria, ma un testo architettonico denso di semantica, scritto dal potere pontificio e riscritto dai cittadini in festa. Ripercorrendo le crudeli ma affascinanti Corse dei Barberi e le celebri testimonianze di Goethe e Dickens, esploreremo come la gestione di questo caos carnevalesco all’interno di una cornice urbanistica così rigorosa non fosse affatto casuale, bensì profondamente funzionale al controllo politico e sociale esercitato dal papato.

La Porta del Popolo – Genesi di un Ingresso Trionfale

L’Eredità della Via Flaminia e la Porta Flaminia

L’importanza di Porta del Popolo è inscindibile da quella della strada che essa conclude: la Via Flaminia. Tracciata dal censore Gaio Flaminio nel 220 a.C., questa arteria consolare collegava Roma a Ariminum (Rimini) e, di conseguenza, all’Italia settentrionale e all’Europa. Per quasi due millenni, la stragrande maggioranza dei viaggiatori provenienti dal continente – fossero essi pellegrini diretti alla Tomba di Pietro, imperatori del Sacro Romano Impero per l’incoronazione, o artisti del Grand Tour – entrava nell’Urbe attraverso questo specifico punto.

Anticamente denominata Porta Flaminia, la struttura originale faceva parte della cinta muraria difensiva eretta dall’imperatore Aureliano tra il 271 e il 275 d.C. Era una struttura militare, pragmatica, affiancata da due torri cilindriche che ne garantivano la difesa. Tuttavia, con la cristianizzazione dell’Impero e l’ascesa del potere temporale dei Papi, la funzione difensiva iniziò progressivamente a cedere il passo a quella rappresentativa. La porta divenne il “biglietto da visita” della Roma Papale.

Vista frontale su Porta del Popolo e la piazza antistante
Porta del Popolo

Il toponimo attuale, “Porta del Popolo”, è oggetto di una duplice interpretazione etimologica che riflette l’ambivalenza tra natura e sacro. Una tradizione filologica lo fa derivare dalla presenza di un boschetto di pioppi (populus in latino) che si estendeva nell’area del Mausoleo di Augusto fino alla porta stessa. Una seconda tradizione, più radicata nell’agiografia popolare e sostenuta dalla Chiesa, lega il nome alla vicina basilica di Santa Maria del Popolo. Si narra che la chiesa fu costruita nel 1099 grazie a una colletta del “popolo” romano, su iniziativa di Papa Pasquale II, per esorcizzare il luogo ritenuto infestato dallo spirito maligno dell’imperatore Nerone, la cui tomba (quella dei Domizi Enobarbi) si trovava proprio in quest’area.

PeriodoDenominazioneFunzione PrincipaleCaratteristiche
Età ImperialePorta FlaminiaDifensiva / Accesso ConsolareTorri cilindriche, mattoni, militare
MedioevoPorta San Valentino / FlaminiaControllo Daziario / PellegrinaggioStruttura fortificata, degrado circostante
RinascimentoPorta del PopoloCerimoniale / RappresentanzaRivestimento marmoreo, ordini classici
BaroccoPorta del PopoloScenografica / PropagandaDecorazione interna, iscrizioni dedicatorie

Il Progetto Rinascimentale: L’Ombra di Michelangelo e la Mano di Nanni di Baccio Bigio

L’aspetto attuale della facciata esterna della porta è il frutto di un preciso programma politico e urbanistico avviato da Papa Pio IV (Giovanni Angelo Medici) nel XVI secolo. Il Papa, desideroso di lasciare un segno tangibile del suo pontificato e di rinnovare l’immagine di Roma in risposta alla Riforma Protestante, decise di monumentale l’ingresso nord.

La commissione fu inizialmente affidata al genio indiscusso dell’epoca: Michelangelo Buonarroti. Tuttavia, l’anziano maestro, ormai assorbito dai lavori per la Basilica di San Pietro e per la Pietà Rondanini, non poté seguire direttamente il cantiere. Si limitò probabilmente a fornire schizzi o idee direttive, delegando l’esecuzione materiale a Nanni di Baccio Bigio, architetto toscano di solida competenza tecnica ma di minore estro creativo, che completò l’opera tra il 1562 e il 1565.

Nanni di Baccio Bigio operò con un approccio classicista rigoroso, ispirandosi agli archi di trionfo romani (in particolare all’Arco di Tito). L’intervento si caratterizzò per un riuso “spoliativo” di alto valore simbolico: per le quattro colonne che inquadrano il fornice centrale, furono utilizzati fusti di granito provenienti dall’antica Basilica di San Pietro costantiniana, allora in fase di demolizione per far posto alla nuova basilica michelangiolesca. Questo dettaglio non è trascurabile: le colonne che avevano sostenuto la navata del primo tempio della cristianità venivano ora riposizionate per accogliere i pellegrini, creando una continuità fisica e spirituale tra la vecchia e la nuova Roma.

La facciata esterna si presenta oggi con un unico fornice centrale (i due laterali furono aperti solo nel 1887 dall’architetto Mercandetti per esigenze di traffico, comportando la demolizione delle torri laterali quadrangolari che Nanni aveva eretto a protezione). Il fornice è sormontato da una lapide dedicatoria incorniciata e dallo stemma mediceo di Pio IV, sorretto da due cornucopie, simbolo di abbondanza e prosperità.

Nel 1638, l’apparato iconografico fu arricchito dall’inserimento, tra le coppie di colonne, delle statue colossali dei Santi Pietro e Paolo, opere di Francesco Mochi. Queste sculture, caratterizzate da un dinamismo proto-barocco e da un trattamento vibrante del panneggio, erano state inizialmente scolpite per la Basilica di San Paolo fuori le Mura ma rifiutate dai monaci perché ritenute troppo moderne. La loro collocazione sulla porta ribadisce il primato petrino e paolino di Roma: Pietro con le chiavi e Paolo con la spada accolgono il viandante, ricordandogli che sta entrando nella città degli Apostoli.

Il Trionfo Barocco: Bernini, Cristina di Svezia e la Facciata Interna

Se la facciata esterna risponde a canoni rinascimentali di ordine e simmetria, la facciata interna di Porta del Popolo è un manifesto del Barocco romano, concepito per stupire e comunicare un messaggio politico preciso. La sua realizzazione è legata a uno degli eventi più clamorosi del XVII secolo: la conversione al cattolicesimo e l’arrivo a Roma della Regina Cristina di Svezia.

Nel 1655, Cristina, figlia di Gustavo Adolfo (il “Leone del Nord”, campione del protestantesimo durante la Guerra dei Trent’anni), abdicò al trono svedese per abbracciare la fede romana. Il Papa regnante, Alessandro VII (Fabio Chigi), vide in questo evento una vittoria straordinaria della Controriforma e decise di accogliere l’ex regina con onori senza precedenti.

L’incarico di ridisegnare la facciata interna della porta per l’ingresso trionfale di Cristina fu affidato a Gian Lorenzo Bernini. L’architetto e scultore trasformò la controfacciata in un apparato effimero pietrificato. Il coronamento superiore, spezzato e dinamico, ospita al centro lo stemma della famiglia Chigi: il monte a sei cime sormontato da una stella a otto punte. Questo stemma non è solo una firma del committente, ma un elemento architettonico che dialoga con lo spazio della piazza.

Ma l’elemento più significativo è l’iscrizione che corre sull’attico, dettata personalmente dal Papa e divenuta celebre per la sua sintesi latina:

FELICI FAUSTOQ( INGRESSUI ANNO DOM MDCLV (“Per un ingresso felice e fausto nell’anno del Signore 1655”).

Questa frase, apparentemente semplice, racchiude una densità teologica e politica. L’augurio di un “felice ingresso” era rivolto a Cristina, ma per estensione a ogni pellegrino che entrava nella Città Santa. Roma si presentava come luogo di salvezza e di felicità spirituale, sotto l’egida della famiglia Chigi. Bernini completò l’opera aggiungendo festoni di frutta e fiori scolpiti, che scendono ai lati dello stemma, ammorbidendo la severità della struttura e conferendole un tono festoso e accogliente.

L’ingresso di Cristina, avvenuto il 23 dicembre 1655, fu un evento di portata europea. La regina cavalcò attraverso la porta su un cavallo bianco, vestita con abiti maschili, accolta dal clero, dalla nobiltà e da una folla oceanica. Da quel momento, Porta del Popolo cessò di essere un semplice confine daziario per divenire il palcoscenico principale delle cerimonie di accoglienza della Roma papale.

Piazza del Popolo – Il Teatro della Cristianità e del Neoclassicismo

L’Assetto Urbano Prima del Valadier: Il Trapezio e le Esecuzioni

Per comprendere la grandezza dell’attuale Piazza del Popolo, è necessario visualizzare ciò che essa era prima dell’intervento ottocentesco. Fino all’inizio del XIX secolo, lo spazio si presentava come un trapezio irregolare, una sorta di imbuto che si allargava dalla porta verso la città. I lati erano delimitati da edifici disomogenei, orti, granai e dai muri di cinta dei conventi agostiniani legati a Santa Maria del Popolo. Il terreno era spesso fangoso a causa delle frequenti esondazioni del Tevere e del dilavamento delle acque dal colle del Pincio.

Vista dall'alto su Piazza del popolo a Roma di notte
PIazza del Popolo

Nonostante il disordine architettonico, la piazza aveva una funzione centrale nella vita pubblica romana, seppur macabra. Era infatti uno dei luoghi deputati alle esecuzioni capitali. Qui venivano eretti i patiboli per la decapitazione (con la ghigliottina o la mannaia), l’impiccagione o la mazzolatura (colpo di mazza alla testa seguito dallo sgozzamento). La figura di Giovanni Battista Bugatti, meglio noto come Mastro Titta, il celebre boia del Papa che operò tra il 1796 e il 1864, è indissolubilmente legata a questa piazza. Le cronache riportano che egli offriva tabacco ai condannati prima dell’esecuzione, in un gesto di paradossale umanità prima dello spettacolo della morte, a cui il popolo assisteva in massa come ammonimento morale e intrattenimento.

L’Obelisco Flaminio e la Visione Sistina

Il primo vero tentativo di dare un ordine monumentale alla piazza si deve a Papa Sisto V (Felice Peretti) e al suo architetto Domenico Fontana nel 1589. Sisto V stava attuando un ambizioso piano regolatore per Roma, basato su assi rettilinei che collegavano le principali basiliche, segnati visivamente da obelischi egizi rialzati ed esorcizzati.

Al centro di Piazza del Popolo fu innalzato l’Obelisco Flaminio. Si tratta di un monolite di granito rosso alto circa 24 metri (36 con il basamento), risalente ai faraoni Seti I e Ramsete II (XIII secolo a.C.). L’obelisco era stato portato a Roma da Augusto nel 10 a.C. per celebrare la conquista dell’Egitto e collocato originariamente sulla spina del Circo Massimo. Il suo trasferimento e innalzamento in Piazza del Popolo ebbe un valore urbanistico rivoluzionario: l’obelisco divenne il punto di fuga focale verso cui convergevano le tre strade del Tridente (Corso, Babuino, Ripetta), creando un effetto di “cannocchiale prospettico inverso” che guidava lo sguardo del visitatore appena entrato dalla porta verso il cuore della città.

Nel 1573, Papa Gregorio XIII aveva già fatto collocare una fontana di Giacomo della Porta al centro della piazza, vicino all’obelisco, ma l’assetto rimaneva ancora precario e privo di unità stilistica.

La Rivoluzione di Giuseppe Valadier: L’Ellisse Perfetta

L’aspetto attuale della piazza è il capolavoro dell’architetto romano Giuseppe Valadier, che vi lavorò tra il 1816 e il 1824, sotto il pontificato di Pio VII, sebbene i primi progetti risalissero al periodo dell’occupazione napoleonica. Valadier ebbe l’intuizione geniale di trasformare il trapezio irregolare in una grandiosa piazza ellittica, ispirandosi probabilmente alla Piazza San Pietro del Bernini, ma con una sensibilità neoclassica e paesaggistica del tutto nuova.

L’intervento di Valadier si articolò su più livelli:

  1. Le Esedre Laterali: Valadier regolarizzò lo spazio costruendo due grandi emicicli murari (esedre) che abbracciano la piazza senza chiuderla ermeticamente. Queste pareti curve servirono a nascondere le irregolarità degli edifici retrostanti e a creare una quinta scenografica uniforme.
  2. Il Raccordo con il Pincio: Questa fu la mossa urbanistica più innovativa. Invece di trattare la piazza come un’entità separata dal colle sovrastante, Valadier progettò un sistema di rampe sinuose e terrazze alberate che collegavano fisicamente e visivamente la piazza al parco del Pincio. Per la prima volta a Roma, l’architettura di pietra si fondeva con l’architettura del paesaggio, creando una passeggiata continua dal livello stradale al belvedere panoramico.
  3. Le Decorazioni Scultoree: Le esedre furono adornate con statue raffiguranti le Quattro Stagioni, a sottolineare il ciclo del tempo e della natura:
    • Primavera (Filippo Guaccarini)
    • Estate (F. M. Laboureur)
    • Autunno (Achille Stocchi)
    • Inverno (Felice Raini). Inoltre, furono inserite 16 sfingi in stile egittizzante lungo i muri delle esedre, in omaggio alla moda dell’epoca e all’obelisco centrale.

Il Sistema delle Fontane: Leoni e Divinità

Per articolare il vasto spazio vuoto dell’ellisse e fornire un contrappunto sonoro e visivo, Valadier progettò un nuovo sistema idraulico :

  • La Fontana dei Leoni (1828): Al centro, attorno alla base dell’Obelisco Flaminio, Valadier sostituì la vecchia fontana di Giacomo della Porta con quattro vasche angolari in travertino, ciascuna sormontata da un leone di marmo bianco in stile egizio (il “leone che getta acqua a ventaglio”). Questa soluzione integrò perfettamente l’elemento verticale (obelisco) con l’elemento orizzontale (acqua), creando un monumento unitario di grande eleganza formale.
  • Le Fontane delle Esedre: Al centro dei due emicicli laterali, furono inseriti due gruppi scultorei monumentali realizzati da Giovanni Ceccarini (1818-1821):
    • Sul lato ovest (verso il Tevere): la Fontana del Nettuno, che raffigura il dio del mare con il tridente, accompagnato da due tritoni.
    • Sul lato est (verso il Pincio): la Fontana della Dea Roma, che mostra la personificazione della città armata, fiancheggiata dalle allegorie dei fiumi Tevere e Aniene, con la Lupa che allatta Romolo e Remo ai piedi. Questo gruppo scultoreo guarda verso la città, ribadendo la sacralità del luogo come ingresso all’Urbe.

Le Chiese Gemelle: L’Inganno Prospettico di Rainaldi

Il lato sud della piazza, opposto alla porta, è definito dalla presenza iconica delle cosiddette “Chiese Gemelle”: Santa Maria in Montesanto (a sinistra, guardando dal centro piazza) e Santa Maria dei Miracoli (a destra). Queste due chiese fungono da monumentale propylaeum (ingresso monumentale) al Tridente, separando fisicamente le tre strade: Via del Babuino, Via del Corso e Via di Ripetta.

La loro costruzione, avvenuta tra il 1662 e il 1679 su iniziativa di Alessandro VII e del Cardinale Girolamo Gastaldi, nasconde un affascinante problema architettonico risolto con un trucco illusionistico. A prima vista, le due chiese appaiono identiche e simmetriche. In realtà, lo spazio disponibile a sinistra (Montesanto) era più stretto di quello a destra (Miracoli).

L’architetto Carlo Rainaldi (con successivi interventi di Bernini e Carlo Fontana) dovette ideare una correzione ottica per mantenere la simmetria visiva:

  • Santa Maria dei Miracoli (lato destro) ha una pianta circolare e una cupola circolare (ottagonale all’esterno).
  • Santa Maria in Montesanto (lato sinistro) ha una pianta ellittica e una cupola dodecagonale schiacciata.

Attraverso l’uso dell’ellisse, Rainaldi riuscì a comprimere la chiesa di sinistra nello spazio minore, mantenendo però la stessa larghezza della facciata e l’apparente identità volumetrica della cupola rispetto alla “gemella”. Questo inganno prospettico è un esempio magistrale del razionalismo barocco, che piega la geometria per servire l’estetica urbana.

Santa Maria del Popolo: Lo Scrigno d’Arte

Mentre le chiese gemelle dominano la scenografia barocca, la basilica di Santa Maria del Popolo, situata accanto alla porta, rappresenta l’anima rinascimentale della piazza. Ricostruita da Sisto IV (con facciata attribuita a Baccio Pontelli o Andrea Bregno), essa ospita una concentrazione di capolavori senza eguali.

  • Cappella Cerasi: Qui si fronteggiano due dei più grandi geni della pittura: Caravaggio, con la Conversione di San Paolo e la Crocifissione di San Pietro (opere di un realismo rivoluzionario che usano la luce radente per emergere dall’oscurità), e Annibale Carracci, con la pala dell’Assunta, manifesto del classicismo barocco.
  • Cappella Chigi: Progettata da Raffaello Sanzio per il banchiere Agostino Chigi, è un microcosmo di perfezione umanistica. Raffaello disegnò l’architettura, i mosaici della cupola (Dio Padre creatore del firmamento) e le sculture di Giona e Elia (eseguite dal Lorenzetto). Secoli dopo, Bernini completò la cappella aggiungendo le statue di Abacuc e l’angelo e Daniele e il leone, creando un dialogo stilistico tra Rinascimento e Barocco.

Via del Corso – L’Asse del Potere e dello Struscio

Da Via Lata a “Il Corso”: Evoluzione di un Nome

Via del Corso è l’unica strada di Roma che ha mantenuto ininterrottamente la sua funzione di asse rettilineo dall’antichità a oggi. In epoca romana, il tratto urbano della Via Flaminia (dalla Porta al Campidoglio) era noto come Via Lata (“Strada Larga”), toponimo che sopravvive nel nome della chiesa di Santa Maria in Via Lata. Nel Medioevo, la zona divenne paludosa e meno densamente abitata, ma la strada rimase un collegamento vitale.

Vista su Via del Corso a Roa, punto nevralgico del Carnevale Romano
Via del Corso

Il nome attuale, “Il Corso”, si affermò a partire dal 1466, quando Papa Paolo II (Pietro Barbo) decise di trasferire i festeggiamenti del Carnevale da Monte Testaccio e Piazza Navona a questa strada rettilinea. La via divenne il tracciato per le corse dei cavalli (di cui parleremo nella sezione dedicata al Carnevale), assumendo il nome di “Corso” proprio in virtù di questa funzione agonistica.

Il Tridente: Un Prototipo di Urbanistica Moderna

La formalizzazione del sistema viario del “Tridente” avvenne tra il XVI e il XVII secolo. L’idea era quella di incanalare i flussi di pellegrini provenienti da nord verso i punti nevralgici della città sacra:

  1. Via di Ripetta (già Via Leonida, tracciata da Leone X nel 1518): Conduceva al Porto di Ripetta sul Tevere, scalo fondamentale per le merci alimentari e il legname. Era la via commerciale.
  2. Via del Babuino (già Via Paolina, completata da Pio IV): Conduceva verso Piazza di Spagna e il quartiere degli stranieri/artisti, puntando verso Santa Maria Maggiore. Prese il nome dalla statua del “Babuino” (un sileno brutto) divenuta una delle “statue parlanti” di Roma.
  3. Via del Corso: L’asse centrale, che conduceva a Piazza Venezia e al Campidoglio, cuore politico.

Questo schema a raggiera (“patte d’oie” o zampa d’oca) divenne un modello per l’urbanistica barocca europea, influenzando città come Versailles e Washington D.C.

I Palazzi Nobiliari: Quinte di Pietra

Lungo Via del Corso sorsero i palazzi delle più potenti famiglie romane, che facevano a gara per accaparrarsi i lotti lungo la strada più visibile della città. Le facciate di questi edifici non erano semplici muri, ma “macchine per vedere e farsi vedere”, dotate di balconi e finestre progettate per osservare le processioni papali e il Carnevale.

  • Palazzo Ruspoli (già Rucellai, Caetani): Situato all’angolo con Piazza San Lorenzo in Lucina. Celebre per la sua scalinata monumentale composta da 100 gradini di marmo monolitici (una delle “quattro meraviglie di Roma”), progettata da Martino Longhi il Giovane. Nel XIX secolo, il pianterreno ospitò il leggendario Caffè Nuovo, ritrovo di patrioti, carbonari e intellettuali. Una curiosità architettonica è lo zoccolo esterno lungo il Corso, alto circa 80 cm, che durante il Carnevale veniva affittato a caro prezzo come tribuna privilegiata per assistere alle corse.
  • Palazzo Doria Pamphilj: Un gigante che occupa un intero isolato tra il Corso e il Collegio Romano. La facciata su Via del Corso, opera di Gabriele Valvassori (1730-1735), è un esempio straordinario di “Barocchetto” romano, con finestre dai timpani spezzati e decorazioni elaborate che sembrano sfidare la gravità. All’interno ospita una delle collezioni d’arte private più importanti al mondo (Tiziano, Raffaello, Velázquez).
  • Palazzo Chigi e Piazza Colonna: Cuore politico dell’Italia moderna (sede della Presidenza del Consiglio), Palazzo Chigi fu iniziato nel 1578 e completato nel XVII secolo. Si affaccia su Piazza Colonna, dominata dalla Colonna di Marco Aurelio, i cui rilievi a spirale narrano le guerre marcomanniche. La piazza fu oggetto di continui allargamenti per nobilitare la vista della colonna.
  • Palazzo Bonaparte (già D’Aste Rinuccini): Situato all’estremità meridionale del Corso (Piazza Venezia). È famoso per essere stato la dimora dell’esilio di Letizia Ramolino, madre di Napoleone Bonaparte (“Madame Mère”), dal 1818 fino alla sua morte nel 1836. L’edificio è noto per il bussolotto (balcone coperto verde) all’angolo del primo piano. Da qui, l’anziana donna, ormai quasi cieca, osservava il viavai del Corso e il caos del Carnevale senza essere vista, un’immagine potente di potere decaduto e voyeurismo urbano.

Lo “Struscio” e il Caffè Aragno

Via del Corso non era solo architettura; era rito sociale. Nel tardo pomeriggio, specialmente nei giorni festivi, si svolgeva il cosiddetto “struscio”. Le carrozze dei nobili percorrevano la via a passo d’uomo in doppia fila, mentre i pedoni borghesi affollavano i marciapiedi. Era il momento dell’ostentazione: si mostravano abiti, livree, cavalli e amanti. Tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, il centro nevralgico della vita intellettuale divenne il Caffè Aragno (oggi sede di Apple), situato nel Palazzo Marignoli. Nella sua “Terza Saletta” si riunivano letterati come Carducci, D’Annunzio e i futuristi (Marinetti e Boccioni), discutendo d’arte e politica mentre osservavano la città che cambiava.

La Via del Carnevale – Antropologia del Caos e della Festa

Origini e Significato del Carnevale Romano

Se Piazza del Popolo era la testa e Via del Corso la spina dorsale, il Carnevale Romano era il sangue pulsante che, una volta l’anno, infiammava questo corpo urbano. Per secoli, il Carnevale di Roma è stato l’evento festivo più celebre, trasgressivo e spettacolare d’Europa, un magnete per il turismo internazionale ben prima dell’era moderna.

Le sue radici antropologiche affondano nei Saturnalia dell’antica Roma, feste invernali in cui l’ordine sociale veniva temporaneamente rovesciato: gli schiavi venivano serviti dai padroni, il gioco d’azzardo era permesso e la moralità sospesa. La Chiesa, incapace di sopprimere totalmente questa energia dionisiaca, scelse di canalizzarla e controllarla, spostando il baricentro dei festeggiamenti nel 1466 su Via Lata (il Corso) per volontà di Papa Paolo II.

Il Carnevale durava ufficialmente otto giorni, concludendosi la notte del Martedì Grasso (prima del Mercoledì delle Ceneri). In questo periodo, Roma, solitamente città di preti e silenzi, esplodeva. Le maschere (come i celebri Meo Patacca e Rugantino) garantivano l’anonimato, permettendo una mescolanza interclassista altrimenti impensabile. Nobili e plebei si lanciavano confetti (fatti di gesso, non di zucchero, detti “gessetti”), fiori e uova ripiene di farina o acqua profumata.

La Corsa dei Barberi: Il Clou della Festa

L’evento centrale, che dava il nome alla via (Corso), era la Corsa dei Barberi. Si trattava di una gara ippica unica nel suo genere, che vedeva protagonisti cavalli “scossi” (cioè senza fantino) appartenenti alla razza berbera (da cui “barberi”), animali di piccola stazza, nerboruti e velocissimi, importati dal Nord Africa.

Dipinto storico che rappresenta la corsa dei barberi, evento principale del carnevale romano
La corsa dei barberi

La Meccanica della Corsa:

  1. La Mossa (Piazza del Popolo): La partenza avveniva in Piazza del Popolo. Sotto l’obelisco venivano costruite tribune per i dignitari. I cavalli, adornati con pennacchi e nastri colorati, venivano trattenuti a stento dai “barbareschi” (palafrenieri) dietro una corda tesa. Per incitarli alla corsa, venivano applicate sulla loro groppa delle sfere di legno dotate di aculei (chiamate “perette” o “spunsone”) e talvolta venivano usati fuochi d’artificio o pece bollente. La crudeltà era parte integrante dello spettacolo.
  2. La Corsa (Via del Corso): Al segnale (sparo di cannone), la corda cadeva (la mossa) e i cavalli si lanciavano al galoppo furioso lungo il rettilineo di 1,5 km. La folla, assiepata lungo i lati della strada su tribune precarie o affacciata ai balconi drappeggiati di arazzi rossi e oro, urlava incitandoli. Il frastuono era assordante. I cavalli sfrecciavano tra due ali di folla che si aprivano all’ultimo secondo, in un gioco pericoloso con la morte.
  3. La Ripresa (Piazza Venezia): L’arrivo era situato a Piazza Venezia. Qui la via si restringeva in un punto chiamato “La Ripresa dei Barberi” (oggi scomparso per la costruzione del Vittoriano). Un grande telo o lenzuola sospese venivano usate per fermare fisicamente la corsa dei cavalli, che vi andavano a sbattere contro, venendo poi catturati dai barbareschi.

La vittoria conferiva un prestigio immenso alla famiglia proprietaria del cavallo (spesso i Colonna, i Barberini, i Rospigliosi o i Borghese), che riceveva il Palio, un drappo di tessuto prezioso (broccato d’oro o velluto).

Le Altre Corse e l’Ombra dell’Antisemitismo

Prima dell’istituzione esclusiva dei Barberi, o in giorni diversi, si svolgevano altre corse che riflettevano la brutalità sociale dell’epoca:

  • Corsa degli Ebrei: Forse l’aspetto più vergognoso del Carnevale. I membri della comunità ebraica romana erano costretti a correre lungo il Corso, spesso dopo un lauto pasto forzato, seminudi o dentro sacchi, tra gli insulti e il lancio di oggetti della folla. Questa pratica umiliante fu abolita solo nel 1668 da Papa Clemente IX, che la sostituì con una pesante tassa a carico della Comunità Ebraica per finanziare i costi del Carnevale stesso.
  • Corse dei Bufali, degli Asini, dei Vecchi e dei Nani: Spettacoli grotteschi pensati per suscitare il riso volgare della plebe.

Il Gran Finale: La Festa dei Moccoletti

La sera del Martedì Grasso, al tramonto, avveniva l’ultimo, magico atto: la Festa dei Moccoletti. Improvvisamente, ogni persona lungo il Corso, dai balconi alle carrozze, fino ai pedoni più poveri, accendeva una piccola candela (moccoletto o moccolo). In pochi istanti, il Corso si trasformava in un fiume di fuoco ondeggiante.

Il gioco consisteva nel cercare di spegnere la candela altrui mantenendo accesa la propria, usando ventagli, soffia o stracci legati a canne. L’aria risuonava di un grido ossessivo e collettivo:

“Senza moccolo! Senza moccolo!” oppure “Ammazza chi non porta il moccolo!”

Questa festa aveva un profondo significato simbolico. Era un memento mori gioioso: la luce della vita è precaria e può essere spenta in un soffio. Ma era anche un rito di purificazione attraverso il fuoco prima dell’inizio della Quaresima. Lo spegnimento dell’ultima luce segnava la fine del caos e il ritorno all’ordine penitenziale. Come notò Dickens, era una “follia brillante” che univa tutti in un’ultima risata prima del silenzio delle Ceneri.

Il Declino e la Fine

Il Carnevale Romano iniziò il suo declino con l’Unificazione d’Italia (1870). La nuova borghesia sabauda e la morale vittoriana mal tolleravano il caos incontrollato, la violenza sugli animali e la promiscuità della festa papale. L’evento scatenante per l’abolizione definitiva della Corsa dei Barberi fu un tragico incidente avvenuto nel 1874 (secondo alcune fonti 1883), quando un giovane spettatore fu travolto e ucciso dai cavalli proprio sotto gli occhi del Re Vittorio Emanuele II (o della Regina Margherita). Il governo italiano vietò le corse per motivi di ordine pubblico. Senza il suo cuore pulsante e adrenalinico, il Carnevale Romano perse la sua unicità, riducendosi a sfilate di carri allegorici e feste in maschera per bambini, fino a scomparire quasi del tutto nel XX secolo, salvo recenti tentativi di rievocazione storica.

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