L’importanze delle piante per gli antichi romani
Per i Romani le piante erano sacre e rappresentavano la ricchezza e la prosperità, tant’è che nel Foro non dovevano mai mancare piante come il fico, la vite e l’ulivo. Al contrario, se una di queste moriva veniva immediatamente ripiantata e se queste piante morivano precocemente, ciò era sinonimo di sventura.
Un legame molto stretto quello con le piante, al punto da renderle a tutti gli effetti dei prodotti tipici del Lazio e di Roma, protagonisti della storia e della cucina romanesca. Le piante e gli alberi sono inoltre strettamente collegati alla mitologia sia per i Romani che per i Greci, che accostavano la flora agli Dei ed agli eroi dell’epoca di Roma antica. In questo modo una pianta o un fiore raccontava la storia di un amore proibito o un amore negato, o di un’importante vittoria militare, o ancora di una morte precoce.
Ma soprattutto queste piante sacre costituiscono un ottimo ingrediente per arricchire primi piatti o secondi a base di carne o pesce. Tra questi vi citiamo i bucatini con pollo e melograno, o la trippa alla romana che viene sempre accompagnata da qualche fogliolina di menta, o ancora la gallina al mirto e il coniglio con la verbena.
In questo articolo vi racconteremo alcune caratteristiche e curiosità di dodici piante sacre che vengono utilizzate nella cucina romanesca per preparare deliziose ricette
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Il mirto, il simbolo dell’amore tra le piante sacre
Il mirto è una delle piante sacre più apprezzate nell’antica Roma perché, per via della sua longevità, rappresentava l’amore e il matrimonio. Secondo lo storico Tito Livio, Roma ha avuto origine nel punto esatto in cui era nato un arbusto di mirto, indicando dunque che questa pianta cresceva spontaneamente già prima del 753 avanti Cristo. I Greci avevano consacrato questa pianta alla Dea Afrodite perché, appena uscita dal mare, fu proprio un ramo di mirto a coprire le sue nudità, legando dunque il mirto anche al concetto di femminilità. Sembra che questa pianta avesse anche una valenza erotica e afrodisiaca, come veniva narrato in antichi canti greci. Infatti, chi desiderasse essere amato, era invitato a cogliere un ramo di mirto. Si tratta di una pianta sempreverde ben diffusa sul territorio mediterraneo, in particolare in Sardegna, dove viene prodotto anche il celebre liquore a base di mirto.

L’alloro, l’onore e la vittoria nelle sue foglie
L’alloro è una delle piante sacre romane che rappresenta la gloria e la potenza. Le corone d’alloro erano usate per adornare la testa di uomini illustri e dei vincitori in battaglia. Ancora oggi sono utilizzate a decorazione del capo dei neo laureati durante i festeggiamenti. Nei tempi antichi l’alloro era una pianta necessaria per il un buon auspicio del raccolto. I romani erano soliti legare insieme tre rametti di alloro con un filo rosso, proprio per chiedere agli dei un raccolto abbondante. La storia di questa pianta è legata al mito di Apollo e Dafne. Come raccontato da Ovidio nelle Metamorfosi, la bellissima ninfa Dafne, pur di non dover ricambiare l’amore che il Dio Apollo provava per lei, chiese di essere trasformata in una pianta di alloro. Celebre è la statua di Gian Lorenzo Bernini, esposta alla Galleria Borghese di Roma, che rappresenta proprio il momento della trasformazione della ninfa in alloro.

La verbena, una delle piante sacre per omaggiare gli dei
La verbena è una pianta perenne che può raggiungere fino al mezzo metro di altezza, che produce, in tarda estate, dei bellissimi fiori viola e fucsia. I Romani la annoveravano tra le piante sacre e con le sue fronde intrecciavano delle corone da indossare durante le cerimonie religiose. Plinio ci racconta che i Druidi la coglievano e ne producevano un infuso, da consumarsi prima di una profezia, perché la verbena era in grado di facilitare la visione di cose future o nascoste. Questa pianta, infatti, è sempre stata legata a doppio filo con la magia, il futuro e gli spiriti maligni. Nel Medioevo era considerata una pianta in grado di tenere lontani i vampiri. Da qui ne deriva anche la credenza che la verbena costituisse la panacea di tutti i mali, anche per le numerose proprietà curative che la caratterizzano. Ancora oggi viene utilizzata in caso di infezioni delle vie respiratorie, per calmare ansia e stress, ma anche come prodotto drenante e diuretico, di grande aiuto per i calcoli renali.

Il finocchio selvatico, la pianta dell’imbroglio nelle osterie romane
Anche il finocchio selvatico era una delle piante sacre usate dagli antichi romani nelle cerimonie religiose. A dimostrazione di quanto la pianta fosse apprezzata e utilizzata nell’antichità, sia in medicina che in cucina, Plinio ci racconta che il finocchio era in grado di curare ben ventidue malattie. Il finocchio è anche strettamente legato al vino: sembra che nell’antichità precedente all’era Romana si venerasse una Dea del Finocchio. Per poter avere una sua visione, i fedeli erano soliti bere il vino sacro mescolato al finocchio selvatico, che ne addolciva il sapore. Proprio per questa sua dolcezza, il finocchio ancora oggi viene usato da alcuni sommelier durante gli assaggi del vino, per addolcire il palato. A Roma, invece, in particolare nelle osterie e trattoria romane, il finocchio veniva servito come antipasto, addirittura prima del vino, proprio perché il suo sapore dolce era in grado di camuffare un vino di scarsa qualità. Da questa pratica furba deriva il verso della lingua romanesca “infinocchiare”, che sta a indicare la classica fregatura o presa in giro.

L’ulivo, la pianta simbolo universale di pace
L’ulivo fu una pianta altamente apprezzata sia dagli antichi greci che dai romani. I primi lo consideravano una pianta sacra e ne facevano corone per i vincitori delle Olimpiadi. All’epoca dei greci l’olivo non era ancora una pianta coltivata, bensì cresceva spontaneamente come oleastro. I romani, invece, cingevano le teste di corone di rami di ulivo intrecciati i propri uomini illustri e fu grazie a loro che l’olivo iniziò ad essere una pianta coltivata, in particolare nel Foro di Roma, insieme alle altre piante sacre romane. L’olio fu da subito usato in cucina dai romani, che anzi utilizzavano solo l’olio d’oliva come grasso di cottura, in quanto detestavano il burro usato dai popoli barbari e il grasso di maiale, usato dai Celti. Anche per il Cristianesimo l’ulivo era una pianta sacra che simboleggiava la pace. Secondo le scritture, dopo il diluvio universale, Noè fece uscire dall’arca una colomba che ritornò indietro con un ramoscello di ulivo in bocca, a simboleggiare il ritorno della pace sulla Terra.

Il timo, una pianta magica con proprietà disinfettanti
Anche il timo era annoverato dai romani tra le piante sacre, perché era molto apprezzato per le sue innumerevoli proprietà. Le famiglie romane lo cospargevano sui pavimenti per profumare la stanza durante i banchetti. Il timo era anche usato per i riti magici e, insieme al miele e al vino, per eseguire fatture d’amore. Ancora oggi è usato per la sua essenza profumata, ma anche come rimedio naturale contro le infezioni delle vie respiratorie e contro disturbi intestinali. Forse non tutti sanno che questa pianta è strettamente legata alle api, che sembrano apprezzare questa pianta. Sembra inoltre che si tratti di una pratica molto antica, dal momento che ne parla Virgilio nelle Eneide. Non a caso viene prodotto il miele di timo, che ha ottimo proprietà balsamiche e costituisce un ottimo ingrediente aggiuntivo per le tisane e le bevande calde. I fiori del timo sono bianchi oppure rosati e la fioritura avviene in estate, da maggio a luglio.

Il fico e quel legame con l’allattamento e la sessualità
Il fico era un prodotto sacro sia per i greci che per i romani. Quando è acerbo, il fico emette un liquido biancastro simile al latte. Questo ha generato l’associazione della pianta alla Dea Rumina, appunto la dea che allattava. Il fico era una delle piante presenti nel Foro Romano insieme all’ulivo e alla vite, altre due piante sacre romane. Si racconta che questo frutto dolcissimo venne usato persino in Senato da Catone per “corrompere” gli altri senatori sulla decisione di muovere guerra contro Cartagine. Proprio dalla città africana, infatti, proveniva in origine il fico, che venne poi coltivato anche in Italia. Il frutto era anche un simbolo della sessualità, perché ricordava gli organi genitali maschili e femminili. Nell’antichità la pianta era legata a Marte e la leggenda vuole che proprio sotto i rami di un albero di fico fu ritrovata la cesta contenente Romolo e Remo. Nel Cristianesimo, invece, la simbologia positiva viene meno, perché l’albero di fico spoglio e secco era considerato simbolo di cattive notizie.

Il melograno, un simbolo di fertilità e “anti-aging”
Il nome melograno deriva dal latino, dalla combinazione di “malum” (mela) e “granatum” (con semi), e proprio per la sua caratteristica dei semi è diventato il simbolo per eccellenza della fertilità. Il frutto, per le sue proprietà nutrizionali, è anche considerato un “anti-aging”, ossia un frutto che aiuta a combattere i segni dell’età e dell’invecchiamento. Il melograno infatti è ricco di polifenoli antiossidanti e di vitamina C. Gli antichi greci la consideravano come una delle piante sacre, legata a Era, la moglie di Zeus, e alla dea dell’amore Afrodite, ma in realtà numerose altre Dee, come Atena o Persefone, sono spesso rappresentate con un melograno in mano. Inoltre nell’antichità il melograno era un rutto importante per la realizzazione dei riti magici. Sembra infatti che i suoi semi potevano rafforzare l’incantesimo creato, che poteva avere sia il potere di guarire qualcuno, sia il potere di ferirlo.

Il rosmarino, tra rinascita e morte
Secondo il racconto dello scrittore Ovidio nelle Metamorfosi, il rosmarino si originò dal corpo della principessa Leucotea, uccisa dal padre, il re di Babilonia, colpevole di essersi fatta sedurre da Apollo. All’alba del giorno dopo, quando i raggi del sole illuminarono il corpo della ragazza, essa si trasformò in una pianta dal profumo intenso e dai fiori delicati. Da questa leggenda deriverebbe l’usanza, dei Greci e dei Romani, di coltivare il rosmarino, per propiziare l’immortalità dell’anima. Nell’antichità il rosmarino era anche utilizzato, insieme ad altre piante sacre, in riti propiziatori e funebri, con i rami che erano posti tra le braccia dei defunti. Si credeva che questa pianta avesse il potere di allontanare gli spiriti maligni, per questo nelle culle dei neonati si metteva un rametto di rosmarino. Anche gli sposi novelli e i cortei nuziali si addobbavano con rami di rosmarino.

La menta: la pianta sacra per la pulizia del corpo
La menta è una delle più note piante sacre romane per eccellenza. Il nome viene dal latino mentha e richiama un mito raccontato da Ovidio nelle “Metamorfosi”, secondo cui la ninfa Myntha, uccisa dalla rivale in amore Persefone, fu trasformata nella profumata piantina dal suo ex amante Ade, dio degli inferi. La menta era usata per l’igiene e la pulizia del corpo, sfruttando le proprietà rinfrescanti e detergenti, che sono arrivate fino ai giorni nostri. Era però considerata un tranquillante, quindi ottimale per placare le passioni e tenere a bada il mondo dell’aldilà. Proprio per questo la pianta era dedicata al dio della guerra Arese se ne bruciavano dei mazzetti sulle pire funebri dei soldati caduti in battaglia. Proprio i soldati da vivi non dovevano fare uso di menta, proprio per le sue caratteristiche rilassanti. Seneca stesso ne sconsiglia l’utilizzo in una delle sue opere.

La noce, la pianta versatile bandita dalla Bibbia
Oltre a essere una delle piante sacre romane, legata al culto di Diana, la noce era utilizzata dai bambini come fosse una pallina per giocare. Infatti il detto “il tempo delle noci” sta a indicare l’infanzia e la spensieratezza tipica di quell’età, di cui si trova traccia anche nei testi poetici antichi. Il frutto era molto apprezzato per le capacità nutrienti di questo alimento. I semi del noce, infatti, diventarono sempre più importanti nell’alimentazione delle zone rurali, diventando una valida alternativa nei periodi di carestia. Il noce è una pianta ben radicata nella storia, essendo indicata nella Bibbia come “albero maledetto”, poiché la croce su cui morì Gesù era realizzata proprio con legno di noce. Nonostante ciò la versatilità della noce ha reso possibile numerosi utilizzi, sia per il frutto, sia per il legno robusto e resistente della pianta.

La vite, simbolo di indistruttibilità e rinascita
La vite è una delle piante sacre che forse ha ricevuto più venerazione in assoluto, al punto che, sia i greci che i romani, ne avevano il culto legato a un Dio. Si trattava di Dioniso per i greci e Bacco per i romani. Sembra però che questa pianta fosse diffusa già tra i popoli pre-romani, in particolare in Toscana dove sembra che la vite esistesse da prima della comparsa deli Etruschi. La vite era considerata dagli antichi un simbolo di forza, poiché dotata di capacità di adattamento. Infatti l’arbusto è molto resistente e anche l’uva può trasformarsi una volta distrutta, generando una bevanda inebriante quale è il vino. Oltre al mito, però, gli antichi romani usavano l’uva anche come frutta da tavola, accompagnandola con il pane, un abbinamento questo che era particolarmente gradito dall’imperatore Ottaviano per via del sapore agrodolce.













